La “mafia” ...

.....le origini !!!

Oramai questa parola, Mafia o Mafiosi, ce la troviamo appiccicata come una etichetta, come se tutti indistintamente i siciliani (oltre 5 milioni di cittadini “italiani”) possano essere accomunati a malviventi, ladri, mafiosi e, in Sicilia, gli affiliati alla malavita, schedati e riconosciuti, sono meno di 3.500, esiste la malavita, è innegabile, come del resto esiste anche in ogni altra regione italiana .- L’argomento, ovviamente, non può essere liquidato o trattato esaurientemente nelle poche righe che seguono, ne ci sentiamo di poterlo fare, ma ciò che riportiamo dovrebbe far riflettere i tanti che in ogni occasione in cui una qualsiasi situazione la utilizzano a sproposito. Se c’è un sequestro (ovunque avvenga) è mafia, se c’è un ricatto (chiunque lo faccia) è mafia, se si commette un omicidio (ovunque avvenga) è mafia, se ..... e via di seguito. Vi pare mai possibile che qualunque malefatta, da chiunque commessa, ovunque in italia, debba essere commessa da un siciliano e pertanto apostrofato quale mafioso?

Ancora una volta citiamo uno studioso di storia della Sicilia, S.Correnti, ed in particolare un passo di una delle sue tantissime pubblicazioni “Storia della Sicilia” - Newton & Compton Editori - 1997-

Santi Correnti (1924), storico, è stato il primo ad istituire la cattedra di Storia della Sicilia nell’insegnamento universitario italiano, tenendola a Catania dal 1970 al 1991. Medaglia d’oro della Pubblica Istruzione

Origine ed evoluzione della mafia

Con il termine mafia si intende oggi la delinquenza organizzata, che persegue il lucro illegale, mediante lo spaccio della droga, il traffico di armi, le speculazioni edilizie, l'imposizione di tangenti ad imprese pubbliche e private, Ia gestione di sequestri di persona, imponendo la propria criminale volontà con mezzi terroristici ed intimidatori, con la corruzione, e con la connivenza interessata dei ceti dirigenti. Questa organizzazione criminale prende il nome generale di mafia, in tutti i paesi dove esiste, e cioè praticamente in tutto il mondo; ma in Italia ha potuto assumere altre denominazioni, come camorra a Napoli, 'ndràngheta in Calabria, bullismo a Roma, teppa a Milano. Molto spesso viene definita in tutto il mondo come l'onorata società, per l’aberrante e particolare «codice d’onore» che la regge: obbedienza assoluta ai capi, rispetto per le donne e per gli averi degli amici», mai tradimenti versò la «società», strettissima omertà.

Da parecchi autori si insiste per trovare a tutti i costi un'origine siciliana della mafia: ma essa è istituzione sociale di origine moderna, tipica della società spagnola del XVI e del del XVII secolo.

Basterà pensare che anche il più importante romanzo della letteratura italiana, I promessi sposi, di Alessandro Manzoni, che descrive i costumi sociali della Lombardia dominata dagli Spagnoli nel secolo XVII (reca infatti come sottotitolo Storia milanese del secolo XVII) inizia la sua narrazione, sotto la data del 7 novembre 1628, con un tipico atto di mafia: l’imposizione intimidatoria, fatta da due bravi (oggi li chiameremmo killer) ad un prete di campagna, don Abbondio, da parte di un capomafia locale, il boss don Rodrigo; il quale boss locale, quando deve compiere un più impegnativo atto mafioso, il sequestro di Lucia dal convento di Monza, ricorre per aiuto ad un boss più potente di lui, all'Innominato, per portare a termine il suo piano criminoso (Cap. XX) passando da un livello locale ad un livello medio di potere mafioso.

Non solo; ma è da rilevare che la mafia, nel Seicento milanese, esisteva a tutti i livelli, anche ai più alti (quelli che oggi chiameremmo «di cupola»), perché, quando si trattò di far fare a padre Cristoforo «quella bella passeggiata» da Pescarenico in Lombardia a Rimini in Romagna, per fargli pagare l'aiuto e cristiano dato a Renzo e a Lucia, si scomodò addirittura quello che oggi chiameremmo un «mammasantissima», il conte-zio, che ottenne dal padre provinciale dei cappuccini l'allontanamento del povero frate, colpevole solo di avere contrastato le insane voglie di un boss del tempo (cap. xix). E nei Promessi si c'è anche la mafia «dei colletti bianchi», rappresentata dall'avvocato, il celebre «dottor Azzeccagarbugli», che rifiuta, nel cap.III, di assistere legalmente Renzo contro il boss don Rodrigo: e difatti, nel cap. V, lo troviamo alla tavola del boss locale, a rimpinzarsi di cibo, a lodarne i vini, e a suggerire furbesche soluzioni in materia cavalleresca. E non manca neppure l'intimidazione alle autorità costituite, con il caritatevole consiglio dato al console del paesello natio Renzo e di Lucia, dai due soliti bravi, di non far relazione al podestà di di quanto era accaduto nella «notte degli imbrogli», se aveva «cara la speranza di morire di malattia», come esattamente dice il Manzoni (cap. VIII): che è tipico linguaggio intimidatorio, ancora oggi adoperato dalla mafia.

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