Aprile 2004

 ....... padri dei “Leghisti” di oggi .....

In occasione di uno dei miei frequenti viaggi in terra lombarda, discorrendo a cena con un amico di Monza, su argomenti storico-culturali della nostra Italia e della terra siciliana, con stupore scoprii che lui è il pronipote di uno dei “Mille” di Garibaldi, quel Piccoli di cui pochi conoscono la storia, le avventure e le disavventure scaturenti dalla sua coerenza alle idee che a quel tempo erano di pochi eletti, ed in primo luogo quella di creare una grande unica nazione quella Italia Repubblica che ci hanno lasciato in custodia

MarcelloPiccoli,, il mio amico, mi ha fornito parte della documentazione di cui è in possesso che mi sembra opportuno portare a conoscenza dei soci Sikelia e di quanti si riconoscono nello spirito della nostra associazione.

Ringrazio di cuore il caro amico Marcello Piccoli, pronipote di quel coraggioso e coerente garibaldino, per il materiale fornitomi non escluso quello pervenutogli da parte di Daniele Protti e Daniele Bianchi.

Mi auguro che ciò che qui di seguito trascrivo serva da stimolo per un ulteriore approfondimento, e perche no, per ulteriori approfondimenti, ricerche di materiale possibilmente dimenticato nella memoria di qualche pronipote di “picciotto” che ebbe la fortuna di far parte della storia dell’Unità d’Italia. Di quella unità che oggi appare vacillante per effetto di “idee nuove” che lasciano perplessi in molti.

(Enzo Campisi)

Lo sapevamo che i Mille erano .......tutti padani?

........in un clima, quello politico italiano attuale, che quasi sembra accondiscendere a certe idee che serpeggiano, tese a smembrare quella unità d’Italia per cui tanti nostri predecessori hanno combattuto e dato la vita (Italia patria di un popolo e non terra di tante tribù), vogliamo riproporre alcuni brani di Daniele Protti, (apparso sul periodico Sette qualche tempo fa) e di Giuseppe Giorgetti (Voce Repubblicana del 27.7.1950)

A volte la Storia si diletta in scherzi di sottile perfidia……..

.............come l’unificazione d’Italia e la liberazione del Sud dal giogo borbonico, voluta da Giuseppe Garibaldi e realizzata in stragrande maggioranza dagli antenati di quel popolo padano che invece oggi viene chiamato, e si continua a chiamare, a raccolta per “liberare” il Nord dalla palla al piede del Sud

L’ignorante propaganda attuale è sbeffeggiata dalla storia (già, perché sono stati Bergamaschi e Bresciani, Milanesi e Veneti il nucleo più consistente dei Mille di Garibaldi). Storia perfida, se si considera che qull’82% di settentrionali, entusiasta “dell’impresa salvifica”, nel Regno delle Due Sicilie, venne accolto con una clamorosa indifferenza: con un analfabetismo vicino all’80% e minimi canali di informazione, al Sud infatti, tranne sparuti intellettuali, pochissimi sapevano dei propositi patriottici di Garibaldi

Questi rilievi, ignorati o sottovalutati dalla storiografia ufficiale, nascono dalla ostinata ricerca compiuta da Teodato Gabriele Bianchi: Piemontese, ex dirigente d’azienda, che da quando in pensione divora libri (solamente a casa sua ne ha più di seimila) e archivia documenti, ritagli di giornale, riviste (oramai sono alcuni quintali): Ma come è arrivato Bianchi a sentenziare che furono i Bergamaschi e i Bresciani, Milanesi e Veneti (insomma gli antenati degli attuali leghisti) a volere appassionatamente l’unificazione coi “terun”, oggi così poco amati? Con una operazione addirittura banale (ma fin’ora occultata in sparute pubblicazioni semiclandestine): l’analisi dei nomi e della provenienza dei Mille.Bianchi ha rintracciato gli elenchi a suo tempo redatti dallo Stato Italiano e da alcuni privati.

Tre gli elenchi ufficiali stilati: nel 1862 (per la concessione di alcune medaglie), nel 1864 ( per la concessione di pensioni) e finalmente nel 1878, quando la versione definitiva dell’elenco nominativo venne pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 266 del 12.11.1878. Ma quanti sono stati in realtà i protagonista dell’impresa? Siamo in Italia ed il balletto delle cifre è come sempre garantito. Infatti l’elenco ufficiale del 1978 indica in 1.044 i garibaldini “doc”.

Ma l’Istituto di Statistica dell’Università di Siena, in uno studio per il centenario del 1960, ne ha contati 1.089: tutti uomini tranne una donna, Rosa Montmasson, moglie di Francesco Crispi.    Poi Gabriele Bianchi ha scovato due elenchi privati: il primo pubblicato il 5 maggio 1913 a Genova da Egidio Levati, ed arriva a 1.027 garibaldini, il secondo del fotografo milanese Alessandro Pavia a 1.085 (pubblicato nel 1867 a spese dello stesso Pavia, che aveva raccolto le foto di ben 800 garibaldini: operazione editoriale che pare lo abbia dissanguato), e qualcuno poi aggiunse a penna altri 11 nomi.

Bianchi ha confrontato gli elenchi per capire quanti e chi fossero i garibaldini. “Hanno detto e scritto che i garibaldini erano avventurieri, disoccupati o sfaccendati: Invece dall’esame degli elenchi, si scopre che l’età media era tra i 24 ed i 27 anni, che erano in grande maggioranza studenti, professionisti (16,5%), militari (20,3%), commercianti (14,4%), artigiani (18,3%).

E c’era un 8% di possidenti. Appartenevano quindi a quella minoranza di benestanti italiani che sapevano leggere, scrivere e far di conto. Insomma la classe dirigente dell’Italia di allora. Altro che disoccupati e sfaccendati. Garibaldi aveva convinto soprattutto il ceto intellettuale dell’epoca, mentre nessun contadino (quando allora l’Italia era per il 75% contadina) aderì all’iniziativa. Ed è significativo che prendendo come testo-base l’elenco del 1878, l’82% dei garibaldini provenisse dal Settentrione, il 10% dall’Italia centrale e l’8 % dall’Italia meridionale ed insulare.

Le province che dettero il maggior contributo al contingente di Garibaldi furono:

Bergamo (con 160), Genova (156), Milano (72), Brescia (59), Pavia (58), Venezia (34).

Dei 1.089 originari registrati dall’Istituto Statistico dell’Università di Siena, 12 erano di incerta origine, 33 stranieri, e 1044 italiani (per il 43% lombardi).

Bianchi cita la testimonianza di Giuseppe Cesare Abba, il garibaldino che scrisse “Da Quarto al Volturno”, un diario nel quale, il 6 maggio annotava: “si odono tutti i dialetti dell’Alta Italia, però i genovesi e i lombardi devono essere i più. All’aspetto, ai modi e anche ai discorsi la maggior parte sono gente colta”. E, l’8 Maggio, aggiunge: ”Bixio, La Masa, Anfossi, Cairoli ed altri bei nomi della nostra storia comandano ognuno una compagnia…primo aiutante del Generale è il colonnello Turr, ungherese, e Sirtori è il capo dello Stato Maggiore. Abbiamo con noi il figlio di Daniele Manin, e ho inteso parlare di un poeta gentile che canterà le nostre battaglie: Si chiama Ippolito Nievo.”Finalmente il 9 maggio, Cesare Abba, proprietario terriero ligure-piemontese di Cairo Montenotte, scrive entusiasta: “La Sicilia! La Sicilia! Pareva qualcosa di vaporoso laggiù nell’azzurro tra mare e cielo, ma….era l’ isola santa!.”

L’isola santa di Abba riservò una strana accoglienza al generale Garibaldi; i picciotti corsero si, in soccorso, ma nessuno è mai riuscito a capire come Garibaldi avesse potuto vincere. Leonardo Sciascia, nel 1981, scoprì un libro di padre Giuseppe Buttà, un sacerdote-combattente, ferocemente anti-garibaldino e filoborbonico, che non si dava pace perché l’esercito dei borboni, più forte delle milizie garibaldine, riuscì a perdere battaglie di fatto già vinte, come quella di Calatafimi: Buttà se la prendeva con l’inettitudine dei generali borbonici, ma probabilmente non considerava che le tensioni sociali accumulatesi e la povertà cui l’isola era stata costretta dai malgoverni succedutisi avevano esasperato i siciliani, che vedevano nella spedizione la possibilità della loro riscossa.

Non a caso le testimonianze dell’epoca assicurano che pur se Palermo non era ancora stata “liberata” da Garibaldi, al generale erano già arrivate tremila domande di adesione di “picciotti”. Anche se a Bronte, sulle pendici dell’Etna, Nino Bixio, aveva represso nel sangue una rivolta contadina, restaurando privilegi e proprietà dei latifondista. Se coi borboni si era schierato il prete-guerriero Buttà, a Garibaldi si unì Giovanni Pantaleo, passato alle cronache del tempo come il “frate in camicia rossa”.

A questo proposito, Gabriele Bianchi scova un’altra curiosità: le camice rosse (che poi contrassegnarono l’identità della sinistra italiana postbellica) nacquero con la legionedi Garibaldi a Montevideo, nel 1843, per motivi affatto prosaici. Secondo la testimonianza dell’Ammiraglio inglese Winnington-Ingram, le camice di lana rossa erano le più economiche perché venivano preparate per gli operai dei “saladeri”, i macelli comunali: dunque vestiario resistente, e “con il loro colore davano meno risalto al lavoro sanguinoso che quegli uomini dovevano svolgere”. Dai Macelli comunali dell’Uruguay alla Sicilia, “isola santa”.

Abbiamo riportato questi scritti di Daniele Protti per il contributo, che ha inteso dare con questa sua ricerca, a rinsaldare lo spirito di unità di un popolo e di una nazione, cui da siciliani ci sentiamo di appartenere.

Pillole di Sicilia

Sikelia